Città e Uffici: quale modello per il futuro?

Si può pensare a un modello di sviluppo diverso da quello che è stato attuato sino ad ora?

Lo scenario di ieri l’altro era quello delle Megalopoli: tutte le più grandi Città in competizione continua tra loro per attrarre investitori, cervelli, abitanti e così via in un circo senza fine.

La progressiva desertificazione e il conseguente impoverimento delle periferie e spesso delle Città meno grandi e, per l’Italia, in particolare di quelle del Sud hanno costituito il rovescio della medaglia.

L’emergenza sanitaria dettata dal Covid 19 e le preoccupazioni di nuove ondate o, addirittura, il timore di una convivenza obbligata con future e ricorrenti pandemie – come ipotizzato dalla WHO – stanno imponendo un ampliamento dei criteri di valutazione di sostenibilità degli investimenti.

A fianco dei fattori ambientali sempre più spesso si sente affermare la necessità, per la costruzione di investimenti ESG, di tener conto degli aspetti sanitari.

Considerazioni di questo tipo implicano evidentemente una riflessione sulla possibile individuazione di modelli di sviluppo, anche urbanistici, diversi.

La Rigenerazione Urbana dovrà confrontarsi, quindi, anche con queste ipotesi.

E ciò vale, evidentemente, anche per gli immobili destinati ad ufficio.

A questo proposito, Marco Te Brommelstroet, professore di mobilità urbana all’Università di Amsterdam, ha sintetizzato in un’immagine molto suggestiva la proposta de “La Ville du quart d’heure” elaborata dal Professor Carlos Moreno e recepita da Anne Hidalgo, rieletta a Sindaco di Parigi.

È un’ipotesi che apre alla rivitalizzazione di quartieri periferici e a una declinazione meno congestionata delle infrastrutture di trasporto.

Ma è anche espressione di una cultura attenta alla qualità della vita e rispettosa del “tempo di vita”, che per quanto si sia allungato è comunque breve.

E a mio parere questo approccio allo sviluppo e agli investimenti potrebbe preludere a una crescita più diffusa dei territori anche su una scala geografica più ampia.

Qualche giorno fa l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, ha detto efficacemente che occorre “con le altre Città passare dalla competizione alla collaborazione”.

In questo contesto, trovo estremamente interessante il progetto south working elaborato dalla giovane ricercatrice Elena Militello insieme ad altri 20 giovani professionisti.

Il presupposto è che, grazie alla tecnologia e al lavoro da remoto, si possa mettere in discussione la logica che lo sviluppo debba necessariamente gravitare intorno a pochi grandi agglomerati urbani e ipotizzare che le persone possano per periodi più o meno lunghi trasferirsi al sud mantenendo il proprio ruolo nelle attuali aziende.

La prospettiva proposta è decisamente affascinante. Non sarebbe, infatti, meraviglioso poter lavorare in remoto nel proprio territorio o comunque dove si voglia senza che questo significhi necessariamente rinunciare alle proprie ambizioni lavorative? E cosa accadrebbe se la conseguenza di questa scelta fosse veder crescere o rifiorire luoghi sin qui emarginati e condannati alla decrescita? In ogni caso l’ipotesi suggerisce un’alternativa di sviluppo e diversificazione sin qui inesplorata. E anche se la sua fattibilità su larga scala è, ragionevolmente, tutta da verificare, nemmeno essa può escludersi.

Qualche ulteriore spunto viene dalla indagine svolta da Colliers International, intervistando oltre 5000 professionisti in tutto il mondo sull’esperienza dello Smart Working, o comunque da casa, imposta dal lockdown.

La ricerca svolta ha evidenziato che la produttività si è mantenuta constante e talvolta è addirittura cresciuta, ma che, d’altra parte, sono state registrate delle difficoltà a mantenere separata la vita privata da quella lavorativa.

Sulla base di questi risultati, si può affermare che, come ha osservato Roberto Nicosia, CEO di Colliers International Italia, se è vero che gli uffici “non moriranno”, essi andranno profondamente ripensati per adattarli alle nuove esigenze che, sebbene già emerse in precedenza, hanno subito una forte accelerazione.

Per questo sono state indicate 4 linee guida per riprogettare l’ufficio del futuro.

In particolare ci tengo a sottolineare che, nell’ambito di una strategia mista di lavoro in presenza e da remoto, una delle indicazioni prevede esplicitamente di ridurre il pendolarismo ricorrendo al coworking con benefici sia sull’impatto ambientale che sulla conciliazione tra lavoro e vita familiare.

Non mi sembra che questa indicazione sia tanto distante dalla proposta del South Working né dai principi contenuti nella visione urbanistica della Città in un quarto d’ora.

In conclusione appare sempre più verosimile che immobili e città debba essere ripensati e che non è escluso che questo debba avvenire assumendo a riferimento un modello di crescita in parte diverso da quello che eravamo abituati a dare per scontato.

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