Immobili di pregio: si può ripensare il bello?
Spesso mi trovo a spiegare cosa sono gli immobili sottoperformanti, ovvero immobili che non rispondono più alle esigenze del mercato e che vanno, quindi, ripensati.
È una necessità che oggi, alla luce dell’accelerazione imposta dalla pandemia ai trend di cambiamento in atto da alcuni anni, è particolarmente diffusa.
Eppure, il più delle volte, la definizione di immobile sottoperformante sembra una specie di insulto e viene fatta coincidere con quella di immobile brutto o di scarso pregio o valore.
Non vi è nulla di più sbagliato.
La ricerca di Sidief, “Il Valore del Bello”, della quale riferisce Paola Pierotti su Il Sole 24 Ore, non si limita a ricostruire la dimensione del patrimonio immobiliare di pregio in Italia, ma prova a dare una visione del bello immobiliare che va oltre la solita dicotomia tra giacimento da utilizzare e bene museale da preservare.
I numeri sono molto chiari: nel nostro Paese un quarto del patrimonio immobiliare, residenziale e non residenziale, è di pregio e vale quasi 1500 €/Mld.
La quota residenziale è costituita da oltre 1,8 milioni di edifici per una superficie complessiva di più di 1,2 miliardi di mq e un valore di 1.310 €/Mld.
Vi sono, poi, circa 13.000 edifici non residenziali per una consistenza superiore a 47 milioni di mq e un valore di 185 €/Mld.
Parliamo, quindi, di una porzione del patrimonio immobiliare italiano di rilevante dimensione e valore. Come dice bene Mario Breglia, “è un asse portante e va tutelato e valorizzato”.
E qui entra in gioco la seconda parte della ricerca: con quale visione va progettata la valorizzazione del bello immobiliare?
Trovo particolarmente suggestiva la prospettiva indicata nella ricerca: superare l’alternativa tra “immobile risorsa”, da utilizzare in chiave prevalentemente turistica, e “immobile museo”, da preservare, e puntare, invece, agli “immobili da abitare”.
Io direi “da vivere”.
E allora, a proposito degli immobili che rappresentano il bello dell’immobiliare in Italia, è decisivo chiedersi: in termini funzionali prima ancora che fisici, sono coerenti con i bisogni della comunità?
In buona parte assolutamente no!
Allora la sfida sta nel rigenerarli, ripensarli, rendendoli adeguati alle funzioni e agli stili di vita attuali e attribuendo un ruolo centrale all’obiettivo della sostenibilità secondo i criteri ESG.
E vi sono già esperienze virtuose in questo senso come sia la ricerca che l’articolo evidenziano.
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