Smart Working: è davvero una ricreazione?

Smar Working

Smart Working: è davvero una ricreazione?

Diverse aziende stanno facendo pressioni sui propri dipendenti perché tornino a lavorare in ufficio.

L’ultima in ordine di tempo, almeno tra le grandi aziende, è Morgan Stanley.

Come riferisce Monitor Immobiliare , il Financial Times ha riportato il messaggio che in questi termini l’amministratore delegato, James Gorman, ha rivolto ai lavoratori della banca d’affari.

Il principio alla base di questa decisione è che il lavoro in presenza è decisivo.

In realtà credo che nessuno voglia mettere in discussione questo concetto: è evidente che lo scambio di esperienze e di valori resi possibili dalla condivisione fisica sono insostituibili. Ma è anche vero che il fatto di essere stati obbligati a prendere confidenza con altre modalità di svolgimento del lavoro abbia aperto un mondo.

Alcuni sostengono che in pochi mesi si è verificata un’accelerazione della digitalization per la quale, in tempi normali, ci sarebbero voluti 5 anni.

Pensate che sia possibile tornare indietro, far finta che nulla sia successo e riprendere a lavorare come si faceva un anno fa?

È impossibile, sarebbe – ha detto qualcuno con un’immagine efficace – come pretendere di far rientrare nel tubetto il dentifricio fuoriuscito.

Ma non è questione solo di andare contro i principi della fisica.

Vorrebbe dire che concetti come sostenibilità, prossimità, transizione ecologica sono parole vuote, prive di significato, delle quali abbiamo parlato per gioco.

Ma così non è, anzi non può essere!

Allora bisogna intendersi sul concetto di lavoro agile e su come esso introduca un diverso modello di organizzazione del lavoro, quello del lavoro ibrido.

Quella dello Hybrid Working è un’impostazione nella quale non vi è la contrapposizione tra lavoro in ufficio e lavoro da remoto, che anzi dovranno necessariamente coesistere.

È, quindi, del tutto erronea l’idea che il primo rappresenti l’impegno e il secondo l’evasione.

Su Spremute Digitali viene chiarito bene questo concetto: la definizione stessa di smart working parla di flessibilità nella scelta di spazi e orari di lavoro. Ciò implicitamente afferma che “vi sia la possibilità di scegliere tra almeno due opzioni, l’ufficio e uno spazio “altro”.

Quest’ultimo potrà logicamente essere declinato in modi diversi.

Da ciò discendono, a mio giudizio, alcune conseguenze:

  • La necessità di ripensare gli uffici per renderli, oltre che sicuri, anche attraenti e competitivi in questa scelta;
  • La probabilità, molto elevata, che tra le diverse declinazioni dello spazio “altro”, una quota rilevante (per alcuni da qui al 2030 il 30% delle superfici ad uso terziario) sarà rappresentata dai coworking spaces;
  • Il prevedibile successo dei coworking di prossimità

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Alberto Pinto
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