È di qualche giorno fa la notizia del progetto, varato da Hines Italia, della riqualificazione di 4 edifici a destinazione direzionale in Via Tortona.
È un investimento da 200 €/Mln che si propone di realizzare, su una superfice complessiva di 30.000 mq, un Office Campus
Laura Cavestri, su Il Sole 24 Ore, fa un’esauriente descrizione del programma.
È, a mio avviso, lo spunto per una riflessione di carattere generale.
Dall’avvento della pandemia ci si è chiesti se essa avrebbe cambiato il nostro stile di vita e, di conseguenza, il modo di intendere gli spazi e gli immobili.
In particolare, ci si è interrogati su come sarebbe cambiato il mondo del lavoro.
Le opinioni non sono sempre state concordi e molti hanno sostenuto che, una volta superata l’emergenza sanitaria, la vita avrebbe ripreso il suo corso abituale.
Tuttavia, in questi due anni, per diversi aspetti interminabili, sono emersi una serie di concetti che hanno progressivamente mostrato la irreversibilità della trasformazione.
Sono esattamente quelli ai quali si ispira questa iniziativa e che ritroviamo espressi nel suo resoconto: digitalizzazione, flessibilità, ibridazione, condivisione, work life balance, sostenibilità, efficientamento energetico, criteri ESG, sostenibilità ambientale, inclusione sociale.
Il progetto è, in sostanza, la dimostrazione concreta del profondo cambiamento che ha investito il mercato del lavoro, gli spazi lavorativi, gli immobili e gli stessi quartieri.
È un cambiamento che trova la sua più concreta espressione nell’affermazione dello HybridWorking.
Questa appare oramai ineluttabile.
Essa, in particolare, comporterà la facoltà, tutte le volte che ciò sia possibile, di scegliere il luogo dal quale lavorare.
In un simile contesto gli uffici dovranno avere caratteristiche tali da renderli competitivi, ovvero attraenti rispetto ad altre scelte.
Per attrarre talenti occorrerà offrire luoghi di lavoro che diano molto, molto di più di quanto non sia mai stato in precedenza e, quindi, in primo luogo, qualità di vita.
È un cambiamento oggettivamente epocale rispetto alla concezione “quantitativa” che, fatti salvi taluni casi virtuosi e tutto sommato eccezionali, era generalmente dominante solo due anni fa.
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